Sentiero dei trovanti di Torno- Lario

Data della gita: 19 marzo 2017
Difficoltà : E (escursionistico)
Tempi di percorrenza: 4h00′ di comodo cammino
Dislivello: 500m
Lunghezza del percorso: 10,0 km
Percorso: Torno- Montepiatto- Pietra pendula- Piazzaga- sentiero dei massi avelli- Torno
Accesso alla località di partenza: Da Como prendere la direzione di Bellagio. Fermarsi a Torno. Pochi posti nei parcheggi liberi, parcheggi blu in paese a 1€ all’ora
Partecipanti: 9: Dario (capogita), Emilia, Daria, Irene, Daniela, Elena, Roberto, Davide, Saeid.
Meteo: inizialmente coperto, poi schiarite, fosco

Escursione di interesse culturale e paesaggistico sulle sponde del Lario alla scoperta dei trovanti (o massi erratici) la cui inquietante e inspiegabile presenza  è stata, in passato, fonte di leggende popolari. L’area sulla sponda est del ramo di Como è caratterizzata dalla ingente presenza di questi enormi massi. Probabilmente ciò è a causa della morfologia del territorio con gli ultimi rilievi, percorsi dagli antichi ghiacciai, prima di sfociare nell’ampia pianura padana. Per una volta nell’uscita del CAI prevale l’aspetto culturale che quello dell’impegno fisico.

I massi erratici sono massi che si trovano “dove non dovrebbero”. La loro costituzione è completamente diversa da quella delle rocce del luogo. Le rocce locali sono del tipo sedimentarie, che si sono formate con l’antica presenza del mare e degli animali marini, mentre i massi erratici sono graniti di origine vulcanica provenienti dalle alpi. Con le ere glaciali che si sono succedute le distese di ghiaccio hanno preso il posto del mare. I ghiacciai non sono statici ma, per effetto del loro peso, scivolano lentamente anno dopo anno. Questa lenta azione esercita una pressione sulle rocce circostanti causandone la rottura ed il distacco. Adagiate sul dorso del ghiacciaio i massi sono stati trasportati per millenni anche a centinaia di chilometri dal luogo di origine. Allo scioglimento del ghiaccio i massi sono stati depositati dolcemente dove il loro leggendario viaggio li ha condotti. Alcuni si trovano nelle valli, altri nei prati, altri in bilico su creste e crinali. La loro natura è così aliena al territorio che i nostri antenati li consideravano pietre magiche e luoghi di culto. Sulla loro origine è stato detto di tutto: che fossero portate dai giganti, mosse dal diluvio universale, eruttate dai vulcani, spostate con incantesimi dai sacerdoti druidici. Fu il naturalista lecchese Antonio Stoppani, verso la metà del XIX secolo il primo ad intuire l’origine dei massi erratici e ad esporre le sue teorie in uno scritto. I massi erratici, in passato, hanno fornito materiale per la costruzione di manufatti come macine, fontane, cippi stradali ed elementi decorativi per case e chiese.

Giunti con le nostre auto a Torno affrontiamo quella che sarà l’unica difficoltà tecnica della gita: trovare il parcheggio. Non troviamo posto nei posteggi liberi per cui lasciamo le auto nei posti blu vicino al municipio. Elemosiniamo un po’ di monetine per caricare il parchimetro e, dopo il caffè al bar, iniziamo il cammino.

Torno, è un borgo di antica e travagliata storia che ha vissuto tempi di ricchezza e splendore ed altri di distruzione e povertà. Già abitato in epoca preromana, nel XV secolo contava 5000 abitanti (contro i 1250 attuali) quando Como ne aveva 7000. I tornaschi si occupavano di manifatture di panno e controllavano i commerci in transito sul lago. A causa di queste attività Torno, che era filofrancese, si scontrò con Como, che era alleata con gli spagnoli. Nel 1522 i Comaschi assalirono e distrussero Torno. Qualche anno dopo la diaspora i tornaschi fecero ritorno e ricostruirono il paese ma senza mai ritrovare l’antico splendore.

Tra le caratteristiche viuzze del paese percorriamo un tratto della Strada Regia, antica via che collega Brunate a Bellagio, ed usciamo dal borgo in direzione Montepiatto guadagnando quota su scalinata acciottolata. Salendo di aprono le visuali sul basso Lario e, superato il rudere della Ca di Biss incontriamo un grosso masso erratico.

Roccia di san Carlo Borromeo, un masso erratico che secondo la leggenda il santo utilizzò per spiccare il volo insieme alle monache dell’antico convento di Montepiatto, salvato dalla peste nel 1598, e giungere così al Sacro Monte di Varese, dove sorgeva la casa madre delle suore.

Arriviamo a Montepiatto, borgo montano raggiungibile in auto dai soli proprietari, e, seguendo le indicazioni ci spostiamo alla chiesa dedicata alla Visitazione di Santa Elisabetta dal cui sagrato si gode di ampia visuale sul lago. Dopo qualche minuto raggiungiamo la radura che ospita la famosa Pietra Pendula.

La Pietra Pendula è un monumento naturale. E’ un masso erratico di granito ghiandone proveniente dalla Val Masino e trasportato sul posto dai ghiacciai dell’era quaternaria (50-60.000 anni fa). E’ appoggiato su una colonna di pietra calcarea, probabilmente assottigliata dall’uomo per dargli la forma attuale di gigantesco fungo. Le sue dimensioni sono 2x3x4 mt ed il peso è 60 tonnellate.

Ci fermiamo per scattare numerose foto attorno al grosso masso e per leggere le informazioni sul pannello didattico che illustra la provenienza dei massi erratici e la vita del suo scopritore.

Antonio Stoppani (1824 –1891), abate lecchese è considerato il padre della geologia italiana. Partecipò attivamente alla rivolta antiaustriaca delle Cinque Giornate di Milano, costruendo piccole mongolfiere, che volando fuori dalla città accerchiata, portavano messaggi di rivolta nelle campagne milanesi. Appassionato alpinista, divenne il primo presidente della sezione milanese del Club Alpino Italiano. un suo busto bronzeo è stato collocato nei pressi del rifugio Rosalba. È zio di Maria Montessori. La sua più famosa opera è : Il Bel Paese (1876), Conversazioni sulle bellezze naturali la geologia e la geografia fisica d’Italia. Nel 1906 Egidio Galbani, fondatore dell’omonima azienda, iniziò la produzione di un nuovo tipo di formaggio, che chiamò Bel Paese, Sulla carta che ricopre il formaggio è stata presente fino a pochi anni fa il ritratto di Stoppani.

Riprendiamo la via tornando a Montepiatto dove, oltrepassata la valle, prendiamo la strada pianeggiante per Piazzaga. Deviamo su sentiero che porta direttamente al borgo evitando una risalita. Su ripida via lasticata scendiamo a prendere il sentiero che riporta a Torno. Deviamo a destra sul sentiero dei massi avello.

I massi avello sono dei massi erratici in cui è stata scavata una fossa destinata all’inumazione. Si trovano solo in territorio comasco e zone limitrofe. Dei 32 massi avelli classificati la maggior parte si trovano nel triangolo lariano e in brianza, altri sono stati rinvenuti in Val d’Intelvi, Val Menaggio, Val Bregaglia, Val Codera, Canton Ticino e a Como. Rappresentano un mistero archeologico in quanto non sono mai stati rinvenuti oggetti all’interno o nelle vicinanze e in nessuna leggenda o tradizione popolare vengono nominati. Sono dislocati in posizioni isolate e lontano da vie di comunicazione e non recano alcuna iscrizione. La fine tecnica di lavorazione è di tradizione romana. L’ipotesi più accreditata è che siano opere destinate alla sepoltura di personaggi importanti costruite dalle popolazioni barbariche che si stabilirono in territorio comasco dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (486 d.C.) fra il V e VI secolo. Dei massi avello ritrovati solo uno, a Plesio sopra Menaggio, è fornito di coperchio monolitico. Profanati da tempo sono stati in seguito utilizzati come abbeveratoi.

Percorriamo il sentiero pianeggiante che ci conduce all’Avello delle Piazze che è un grosso masso erratico in serizzo ghiandone alto 3mt con la fossa scavata sulla sommità. Una scala di legno consente di salirci sopra anche se, rispetto lo scorso anno, mancano due gradini. Sostiamo alla base del masso per lo spuntino e, dopo le foto di gruppo, riprendiamo la marcia su percorso parallelo a quello di andata poche decine di metri più basso. Incontriamo l’Avello di Negrenza, masso di granito ghiandone e quindi l’Avello di Cascine Negrenza di serizzo ghiandone. Tutti i massi avello visitati sono colmi di acqua stagnante. Proseguiamo il cammino raggiungendo la cappella dove iniziava il sentiero archeologico, ritrovando la via che scende a Torno. Superato il ponte sulla profonda forra della Valle di Stravalle, dopo pochi metri incontriamo la Porta di Travaina dove, come è tradizione per chi passa da qui, paghiamo il dazio simbolico depositando un sassolino nell’apposita nicchia della porta.

La Porta Travaina faceva parte delle fortificazioni del borgo di Torno e avrebbe anche funzionato come punto di riscossione del dazio. Come il borgo e il castello, anche la porta di Travaina fu coinvolta nella distruzione dell’11 giugno 1522, quando la città di Como, sforzesca e filospagnola, assalì il borgo di Torno che era filofrancese. Secondo le cronache del tempo a Torno andarono “in fiamme tutte le case, le chiese, ricche di quadri a oro e di organi, furono messe a nudo e profanate. Poi fu fatto rovinare il molo dai guastatori e radere al suolo i palagi. Il popolo fu dato al bando e le sostanze al fisco ”. Mentre Torno veniva raso al suolo, gli abitanti di Moltrasio, sulla riva opposta del lago e alleato di Como, si misero a suonare “le campane di festa per la solennità di S.Barnaba, onde furon dall’hor in poi dai Tornaschi odiati, sotto pretesto che tal sonare si facesse per allegrezza dell’incendio della nemica terra”

Proseguiamo sulla via, protetta a valle da un muretto, che offre ampie visuali sul lago. Imponenti muraglioni di pietra calcarea sorreggono terrazzamenti a monte della mulattiera. Sulla comoda e panoramica scalinata facciamo ritorno al borgo di Torno. Giunti in paese andiamo a visitare la chiesa di San Giovanni.

La Chiesa di San Giovanni Battista del Chiodo è in stile romanico gotico con uno splendido portale. Fu costruita nel XII secolo, e restaurata nel XV. Secondo la leggenda nel 1099, Alemanno, arcivescovo teutonico, al ritorno della prima Crociata, giunse a Torno. Portava con sé uno dei chiodi della croce di Gesù e la gamba di un bimbo vittima della strage degli innocenti di Erode. Dopo avervi trascorso la notte, riprese la navigazione, ma fu bloccato da una forte tempesta improvvisa e ogni volta che tentò di ripartire un altro temporale lo fermava. Finché il vescovo capì che questi erano segnali divini, che gli suggerivano di posare le reliquie sul luogo. Durante il saccheggio di Torno, il Santo Chiodo fu rubato da un soldato di ventura, ma in seguito alle sciagure che colpirono lui e la sua famiglia, decise di riportarlo indietro. Da allora fu conservato in un cassone tutt’ora presente dietro l’altare maggiore della Chiesa di S. Giovanni. Vi sono sette serrature a difesa della reliquia, le cui sette chiavi sono in consegna, una al parroco di Torno e le altre a sei fidate famiglie del paese. Questi oggetti richiamerebbero i sette sigilli dell’Apocalisse.

Prima di tornare alle macchine visitiamo la piazza della Chiesa di Santa Tecla davanti al porticciolo e ci concediamo, naturalmente, una birra nel bar sul lago che chiude degnamente la nostra gita.

dm

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La gita di oggi è anche l’occasione per salutare la nostra amica Emilia che, dopo 4 anni di passeggiate con il CAI di Laveno, ci lascia per tornare al paese di origine in Romania. Nella speranza di poter condividere ancora i nostri sentieri salutiamo Emilia che ci ha fatto dono della sua compagnia. A noi resta il pensiero di aver contribuito a renderle meno dura la lontananza da casa.

ARRIVEDERCI EMILIA!